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XXIII Triennale Milano: i Padiglioni Internazionali da vedere


“Nell’ignoto ci sono i colori che andranno di moda (…) le canzoni possibili per la discografia nell’ignoto hanno forme, destino e la filosofia” canta Francesco Bianconi nel rinnovato Teatro dell’Arte, davanti ad un pubblico che in religioso silenzio è pronto lasciarsi trasportare dai misteri dello sconosciuto e, con lui, della 23a Esposizione Internazionale di Triennale Milano. Con l’intento di “viaggiare verso l’infinito”, come ricorda il cantautore, è stato dato ufficialmente avvio alla kermesse milanese che dopo la sua edizione del 2019 affidata a Paola Antonelli torna a riabitare il Palazzo della Triennale con una mostra che porta nell’edificio progettato da Giovanni Muzio architetti, designer e progettisti (e non solo) provenienti da 40 paesi del mondo.

Alla luce delle cinque crisi globali del nostro millennio – terrorismo, crollo mercati finanziari, pandemia, guerre tra popoli, crisi climatica – sono oltre 400 i creativi chiamati ad interrogarsi su quello “che non sappiamo di non sapere”, Unknown Unknowns, con un invito alla creatività il cui obbiettivo è quello di non trasformare lo sconosciuto in un antagonista ma in una dimensione alla quale affidarsi. A ricordarlo è l’astrofisica Ersilia Vaudo, che per l’occasione veste gli inediti panni di curatrice e guida di questo enorme laboratorio pratico e teorico che per i prossimi sei mesi aprirà le porte della conoscenza al mistero.

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L’allestimento progettato da Francis Kéré e posto nella sezione dedicata ai padiglioni del continente africano

Luca Privitera

Se dalla sua fondazione, dal 1923 ospitata nella Villa Reale di Monza e poi dal 1930 con la sede che conosciamo ancora oggi, la Triennale si pone come “un arcipelago di spazi” radunando a sé diversi ambiti e scienze ad interrogarsi sui temi emergenziali della contemporaneità, quella in scena dal 15 luglio all’11 dicembre 2022 sarà, allo stesso modo, una mostra arcipelago i cui partecipanti con linguaggi diversi affrontano tematiche comuni, tra tutti: la Natura, l’identità personale e quella culturale.

Nelle stesse ore nelle quali vengono rese pubbliche le foto scattate dal telescopio James Webb che ritraggono l’universo come mai visto prima e inaugurano una nuova era per l’astronomia, il viaggio nella XXIII Triennale non poteva che cominciare varcando la soglia dello stargate curato dal filosofo Emanuele Coccia e progettato dallo studio di interaction design Dotdotdot con Propp. “Portal of Mysteries”, questo il nome dell’opera, introduce il visitatore ai temi della mostra suggerendo l’opportunità di coabitare con l’ignoto. Prendendo come riferimento visivo le immagini delle opere esposte, la video-installazione suggerisce di convivere con l’ignoto, intendendolo come primo e vero artefice della materia dei nostri corpi e della realtà che ci circonda.

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Il portale con l’animazione curata da Emanuele Coccia e progettato da Dotdotdot insieme a propp

gianbellomo

Ad inaugurare le Partecipazioni Internazionali è il Padiglione Italia, allestito nella Curva della Triennale con la mostra La tradizione del nuovo curata da Marco Sammicheli. Con un viaggio che inizia nel 1964 e si conclude nel 1996, rispettivamente data della 13esima e 19esima Triennale, la mostra “descrive un carattere del design italiano”, come racconta il curatore, esponendo al pubblico quell’attitudine alla ricerca condivisa da quattro generazioni tra imprenditori, progettisti e ricercatori, che sono stati i protagonisti del panorama culturale italiano legato al design. Con un’identità spiccatamente storica, la mostra allestita da Zaven si muove su un doppio binario: da una parte (sulla sinistra del percorso) il racconto cronologico, dall’altro ( sulla destra) lo spazio dedicato alle tematiche che contestualizzano quegli anni.

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Ingresso del Padiglione Italia e della mostra La Tradizione del Nuovo

Luca Privitera

Per tutta la durata dell’Esposizione Internazionale, l’ambiente solitamente dedicato al Museo del Design si libera dai piedistalli lasciando gli oggetti liberi nello spazio, alcuni sospesi al soffitto avvinghiati con le cinghie altri (finalmente) riportati a terra. Tra complementi d’arredo, riviste, installazioni, documenti d’archivio, quello di Sammicheli diventa uno sguardo privilegiato su uno spaccato della società italiana, condizione palesata dallo stesso allestimento della mostra. Rinunciando ad un percorso unidirezionale, la mostra si sviluppa attorno a corridoi e stanze che consentono di guardare avanti pur tenendo sempre un passo nella tradizione, con la possibilità di potersi voltare e guardare alle spalle, in alto, in basso.

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La mostra La tradizione del nuovo curata da Marco Sammicheli ed allestita da Zaven

Luca Privitera

La parte sinistra del piano terra del Palazzo della Triennale accoglie i padiglioni internazionali, catapultandoci immediatamente in una realtà dove la Terra è uno spazio condiviso in modo equilibrato tra essere umani, animali e mondo vegetale. É il Padiglione dei Paesi Bassi commissionato dallo Het Nieuwe Instituut e allestito da Studio Ossidiana che consegna al visitatore strumenti e soluzioni per ri-educarsi alla condivisione dello spazio naturale, con gli esempi concreti forniti da tre luoghi: un parte di Rotterdam, una fattoria ed una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mare del Nord. Curato dal Red Forest, un gruppo libero di ricercatori che si occupa di lotte climatiche, desertificazione ed estrattivismo, il vicino Padiglione della Germania offre una tribuna virtuale e fisica a voci fuori dal coro ed esperti per riflettere su quella che loro stessi definiscono “guerra totale in atto contro la vita”. Con nove radiogrammi creati per l’occasione e ascoltabili sia nel Padiglione che sulle principali piattaforme di streaming audio, la “doccia di suoni” trasmessa consisterà in proposte e approcci di stare al mondo d’oggi.

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Padiglione dei Paesi Bassi

Luca Privitera

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Padiglione della Germania

Luca Privitera

Una stanza di intrecci ed incastri di legno ed abitata da piante è quella che è allestita nel Padiglione della Polonia, dove le risposte sulle esigenze dell’ecosistema vengono lasciate alle piante stesse, protagoniste ed abitanti della Natura. “Greenhouse Silent Disco” diventa quindi una piattaforma di raccolta dati che, sotto forma di serra accessoriata con i più moderni sensori, registra le reazioni delle piante soggette a precise sollecitazioni che vengono poi trasformate in suoni. Riuscendo a ricavarne un vero e proprio linguaggio comprensibile basato sulla produzione della fluorescenza clorofilliana, la tecnologia presentata nel Padiglione riconosce le esigenze delle piante, diventando potenzialmente un sistema per ottimizzare le loro condizioni di vita e, di conseguenza, quelle di tutti gli esseri umani.

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Padiglione della Polonia

Luca Privitera

Mediterranea è, a prima vista, la definizione che si potrebbe dare della stanza allestita per il Padiglione della Francia. Libera da inutili suppellettili, l’ambiente è minimale, lasciando ai pochi e studiatissimi oggetti il ruolo di raccontare le Situazioni e le Strategie per abitare l’instabilità. Un continuo gioco di coincidenze lega gli oggetti apparentemente lontanissimi tra di loro: un televisore, una pianta di limoni, un data center, una panca, una trottola, una cassa acustica ed altri 22 oggetti, mettendo però in luce quella che viene chiamata dai curatori “un’ecologia senza natura”. Ad essere raccontato è il destino compromesso del nostro ambiente, qui metaforicamente rappresentato dalla posa di mattoni che diventano pavimento instabile sul quale camminare ma che, per rimandi e didascalie impresse sulle sue facce, richiama l’attenzione non tanto ai singoli oggetti in esposti quanto alle diverse correlazioni che sussistono tra di loro.

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Padiglione della Francia

Luca Privitera

La parte centrale è interamente dedicata al continente africano e ai 6 padiglioni che lo rappresentano. Anche grazie alla presenza dell’architetto Francis Kéré, Pritzker Prize 2022, quest’anno nella costellazione di progetti per l’Esposizione si registra il più alto numero di paesi africani coinvolti, “una grande occasione per l’Africa per poter raccontare quello che l’Occidente e la vicina Europa credono già di sapere sul suo conto”, racconta il progettista. Proprio tra i padiglioni africani, i visitatori verranno accolti da Yesterday’s Tomorrow realizzata da Kéré. Due pareti incurvate l’una nell’altra creano un alcova il cui perimetro è riccamente decorato con i motivi dell’architettura vernacolare del Burkina Faso.

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Yesyerday’s Tomorrow di Francis Kéré

Luca Privitera

Durante i primi giorni della mostra, proprio all’interno del Padiglione del Burkina Faso ci sarà l’occasione di scoprire la cultura del popolo Kassena e le tradizionali decorazioni per le abitazioni. Una lunga parete verrà quindi ricoperta da murales che ripropongono i simboli dell’architettura tradizionale dell’Africa Occidentale, rappresentando soprattutto il rapporto tra uomo, Natura e animali. Alla base di questi disegni c’è infatti una cultura che vede il mondo come il luogo nel quale si instaura un perfetto equilibrio tra tutte le specie viventi, animali e vegetali, realtà ormai dimenticata se non a tratti sconosciuta in diverse parti del Mondo.

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Padiglione Burkina Faso

Luca Privitera

A cavallo tra arte, filosofia e matematica, il Padiglione della Repubblica Democratica del Congo presenta il lavoro di tre artisti chiamati a raccontare le condizioni del loro Paese. Il primo è Désiré Lumuna che rimarca il dualismo tra uno spirito invisibile ed una dimensione naturale. Jean Katambayi Mukendi racconta la fragilità, mentre Pamela Tulizo si concentra sul paesaggio fluviale del Congo. Una ricerca sui paesaggi d’acqua, sulla società e sulla geopolitica va in scena nel Padiglione del Lesotho che, diversamente dall’Africa subsahariana, offre una ricca variazioni di paesaggi. In una stanza totalmente buia, quattro teste di pesce diventano totem e monito sull’inevitabile destino legato all’estinzione delle specie. È questo l’ujumbe, il messaggio in Swahili affidato alle creature realizzate da Louise Manzon per il Padiglione del Kenya. Torna il tema dell’acqua e del suo inquinamento, le cui conseguenze potrebbero risultare distruttive per la biodiversità.

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Padiglione del Kenya

Luca Privitera

È affidato all’arte dell’artista tedesco-ruandese Christian Krüger il Padiglione del Ruanda, che con la sua pratica artistica affronta il tema dell’appartenenza ad una cultura anche quando si lascia il Paese di appartenenza. I disegni tradizionali riproposti dall’artista (più noto col nome d’arte di NUKWAMI) dimostrano come il legame superi qualsiasi tipo di barriera geografica e confine culturale. Nel Padiglione del Ghana, le opere dell’artista Gideon Appah diventano l’occasione per rappresentare e riflettere le relazioni tra terra e cielo. L’attenzione è tutta posta sugli elementi atmosferici, rappresentati sulle sue tele e raccontati ad un pubblico ampio che scopre, inaspettatamente, gli scorci e i paesaggi tradizionali.

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Padiglione del Ruanda

Luca Privitera

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Padiglione del Ghana

Luca Privitera

Sono frutto di un attento lavoro tipologico sul tema dell’abitare le restituzioni grafiche della Casa Immaginaria presentate all’interno del Padiglione della Repubblica Ceca. Le dreamscapes, immagini oniriche di progetti realizzati (virtualmente) dalla nuova generazione di designer, rappresentano mondi irreali ed utopici, dai quali siamo stati letteralmente travolti specialmente durante il lockdown dovuto alla pandemia. Il progetto curato da Adam Štěch, fondatore di @okolo_architecture, raccoglie i contributi d’evasione di giovani progettisti che ben hanno presente i temi dell’architettura e chi, prima di loro, si è cimentato con progetti visionari. È questo il caso del progetto del 1773 di Ledoux e la sua casa sulla sorgente della Loue, passando per la casa ideale di Gio Ponti del 1939 fino alla Casa di Fellini progettata da Federico Babina.

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Padiglione della Repubblica Ceca

Luca Privitera

Entrare in una colossale ameba in scala 40.000:1 e fare esperienza di tutte le parti che la compongono è l’opportunità offerta dal Padiglione dell’Austria. Con l’obbiettivo di voler esplorare i limiti e le relazioni tra gli esseri viventi, riflettendo sullo scambio che l’ambiente dei microbi ha col nostro corpo umano. È ispirandosi alla tradizione delle levatrici nella comunità indigena che l’artista Daniel Godínez Nivón dà vita a piante e vegetazione all’interno del Padiglione del Messico. Grazie all’impiego della tecnologia 3D, l’artista insieme ad un gruppo di botanici e illustratori ha reso virtualmente possibile la nascita di una flora onirica non esistente in natura

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Padiglione dell’Austria

Luca Privitera

Recuperando simbologie e motivi ornamentali tradizionali, il Padiglione della Serbia intende riflettere sulla necessità di usare elementi visive riconoscibili come strumento verso l’ignoto per riconoscere l’esigenza di un rapporto al di sopra dell’esperienza umana. In uno spazio completamente privo di luce, ad essere protagonista è un sistema di maglie dipinte a mano. Cimeli, ricordi personali, reliquie di famiglie e fotografie sono invece il bagaglio culturale che l’artista Emília Rigová allestisce per celebrare le sue origini Rom all’interno del Padiglione Rom e Sinti. Raccontando la storia del suo alter-ego Bári Raklóri, l’artista richiama tutte le tradizioni della sua cultura sottolineando il loro intreccio con le narrazioni storiche e nazionali europee.

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Padiglione della Serbia

Luca Privitera

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Padiglione Rom e Sinti

Luca Privitera

Sono sette i progetti architettonici raccolti nel Padiglione della Croazia che intendono mettere in discussione il ruolo dell’architettura e dell’urbanistica contemporanea, partendo da quelli di giovani architetti premiati al 56° Salone dell’architettura e dell’urbanistica di Zagabria. Allestita come una galleria, all’interno della sala sono proiettate contemporaneamente le immagini sovradimensionate e ad alta risoluzione, formando un’interfaccia comunicativa ipersatura e vibrante. Con una casa inaccessibile, il Padiglione del Ciprio allestisce un Hortus Ignotus presentato in quanto spazio privato che rappresenta al contempo riparo e porta sull’ignoto. La costante presenza di questo tema nell’architettura cipriota, rinvenibile dal primo secolo a.C. fino al dominio ottomano, ne dimostra la stretta relazione e qui diventa come una finestra che ci consente il dialogo con quello che non conosciamo.

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Padiglione di Cipro

Luca Privitera

Al di sotto della scala brutalista progettata nel 1963 da Carlo Ramous insieme a Carlo Bassi e Goffredo Boschetti e recentemente riscoperta, trova ospitalità il Padiglione dell’Ucraina. Se, all’indomani dei primi attacchi, la ferma decisione da parte della Triennale è stata quella di escludere la Russia dall’Esposizione Internazionale, durante questi mesi si è deciso invece di dare voce all’Ucraina con un progetto che raccontava cultura e società in tempo di guerra. La “stanza bianca” del Padiglione, come la rinomina il curatore Gianluigi Ricuperati prendendo in prestito una definizione di René Char, diventerà nel corso della mostra luogo di incontro di artisti ucraini che si avvicenderanno mostrando i loro lavori visuali.

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Padiglione dell’Ucraina

Luca Privitera

All’interno del Giardino della Triennale Liu Weibing costruisce uno spazio dagli ancestrali richiami religiosi. Il Padiglione della Cina, infatti, basa le sue ragioni sulla cultura cinese e sul pensiero taoista, che vedeva il rapporto tra uomo e natura basato su uno reciproco ed equilibrio. pur restando sempre avvolto da una nuvola di mistero. Il bambù, scelto come materiale dal quale secondo la tradizione cinese l’uomo deve prendere riferimento, è in realtà il cosiddetto bambù dorato assemblati con un particolare incastro a lungo studiato dall’architetto ai piedi del monte Qingcheng, culla del taoismo in Cina. Lo spazio nella Triennale diventa quindi emblema e perfetta sintesi tra artificiale e simbolico, tradizione ed innovazione.

23a Esposizione Internazionale di Triennale Milano
Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries

15 luglio – 11 dicembre 2022
Biglietti: 22 euro (intero) / 18 euro (ridotto) / 11 euro (studenti)
www.triennale.org





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