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un documentario celebra l’attività del rover su Marte


Se siete degli entusiasti dell’esplorazione di Marte, il consiglio è di non perdere il nuovo documentario dedicato al rover Opportunity, disponibile su Amazon Prime. Si intitola Good Night Oppy (questo è il trailer), perché è il saluto quasi affettuoso della squadra del Jet Propulsion Laboratory (o Jpl) al rover che, dopo 14 anni di onorato servizio durante i quali ha percorso poco meno di 50 chilometri, si è arreso a una furiosa e prolungata tempesta di sabbia che ha oscurato i cieli di Marte nell’estate 2018.

Il percorso di Opportunity tra gennaio 2004 e giugno 2018.By James919 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66571314

La polvere marziana è un killer silenzioso per gli strumenti che operano sulla superficie del Pianeta rosso ricavando l’energia necessaria alle operazioni dai loro pannelli solari. Le ultime immagini della sonda InSight della Nasa sono eloquenti.

La polvere di Marte copre gli strumenti della sonda InSight

Oppy colpito da una tempesta di sabbia

La polvere è ovunque e a breve l’energia disponibile non sarà più sufficiente per riscaldare e fare funzionare gli strumenti. Di conseguenza la sonda congelerà. È la stessa sorte toccata al rover Opportunity nel giugno 2018. Fino ad allora i suoi pannelli solari erano stati ripuliti dai mulinelli di sabbia che sono una caratteristica della primavera marziana. Gli strumenti del rover li riprendevano, unica nota animata di un paesaggio statico, e i controllori a Terra si chiedevano se qualcuno sarebbe passato abbastanza vicino per dare una spolverata. Cosa che puntualmente accadeva. È stato grazie a questa pulizia che Opportunity (e con lui la sonda gemella Spirit) ha potuto esplorare il pianeta per molto più dei 90 sol (si chiamano così i giorni marziani che durano 24 ore e mezza) previsti come scopo della missione.

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Quando, a giugno 2018, gli strumenti in orbita avevano fotografato un’enorme tempesta, si era capito che Opportunity sarebbe stato colpito in pieno. I responsabili lo avevano quindi messo in ibernazione sperando di poterlo svegliare una volta che la situazione fosse tornata normale. Purtroppo la sonda veterana non ha più risposto alle ripetute chiamate da Terra; la tempesta era durata a lungo e forse la sonda, rimasta troppo tempo senza energia, era congelata nel gelido clima marziano. Per tutti gli appassionati è stato come perdere un vecchio amico. Certo il lavoro di esplorazione sarebbe stato effettuato da Curiosity che, come la più recente Perseverance, ha un generatore di energia basato sul decadimento del Plutonio e può funzionare indipendentemente dall’insolazione, ma il piccolo Oppy era rimasto nel cuore dei molti che con lui avevano sviluppato un rapporto speciale.

I documentari su altri due rover

I due rover, ammartati nel 2004 e già protagonisti del documentario Roving Mars (come il titolo del libro del capo del progetto Steve Squires), sono stati un successo epocale per la Nasa, che era reduce da due imbarazzanti fallimenti di missioni marziane.
Good Night Oppy copre oltre due decadi e, guardando il cambiamento dei protagonisti umani, permette di toccare con mano la lunghezza di una missione spaziale. Nel corso di una intervista rilasciata al giugno 2003, in occasione del lancio dei rover, uno Steve Squires dai capelli scuri dichiara che lui aveva già dedicato 16 anni al programma. In una chiacchierata più recente, il piglio è sempre lo stesso, ma il look è non poco ingrigito, e la stessa cosa succede per tutti i personaggi. Il tempo che passa fa anche crescere le giovani generazioni: una studentessa di liceo, invitata al lancio nel 2003, è stata travolta dall’entusiasmo fino a diventare una scienziata marziana al Jpl.

Il documentario ripercorre la progettazione, la costruzione, i test, il lancio, le traversie del viaggio, l’arrivo, i risultati ottenuti e i problemi affrontati durante gli anni di operazioni delle sonde che, con le camere sul loro albero, hanno un’apparenza quasi animata simile al robottino protagonista del fortunato WALL•E della Disney.
Benché i rover non avessero a bordo strumenti capaci di fornire immagini ad alta risoluzione, il documentario non lesina sugli effetti speciali, così realistici da richiedere una precisazione: no, non c’era nessuno su Marte a filmare i robot.

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