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Troppi marchi locali indeboliscono il sistema di qualità di Dop e Igp


C’è un ingorgo di marchi sulla strada della qualità. La proliferazione di riconoscimenti, bollini, attestati avvenuta negli anni soprattutto sulla scorta di una sorta di “federalismo agroalimentare” rischia di indebolire il sistema della qualità certificata che invece in trent’anni ha prodotto risultati di tutto rilievo. Quando all’inizio degli anni 90 fu varata la politica Ue dei marchi Dop e Igp, i prodotti a indicazione geografica rappresentavano poco più di una nicchia. Adesso, a trent’anni di distanza, generano un giro d’affari di 17 miliardi di euro, 9 dei quali all’export e coinvolgono in Italia oltre 200mila operatori. E mentre a Bruxelles cominciano i primi tavoli sulla riforma della politica della qualità che rafforzi le tutele nei confronti delle contraffazioni sempre più frequenti sui mercati mondiali, c’è chi invece punta il dito entro i confini nazionali, verso scelte e iniziative che rischiano di minare dall’interno il paniere della qualità made in Italy.

«Ad oggi – spiega della Fondazione Qualivita (che ogni anno redige un rapporto sulla Dop Economy insieme ad Ismea) Mauro Rosati – ben 18 regioni hanno un proprio paniere riconosciuto con un marchio di qualità regionale. A questi si aggiungono i 5.450 Pat, prodotti agroalimentari tradizionali. Poi ci sono i Distretti del cibo e le De.Co, le denominazioni comunali. Lo scorso 22 aprile è stata approvata la legge sui piccoli prodotti locali con un ulteriore marchio gestito da Mipaaf e Mise insieme a una indicazione geografica comunale e provinciale.
Un ulteriore elemento di confusione con un marchio emanato da un ente pubblico.
Ogni tanto bisognerebbe provare a mettersi nei panni del consumatore, magari straniero in viaggio in Italia e provare a immaginare questa ondata di marchi e bollini che effetto può avere. Io temo solo una grande confusione».

L’elenco che Fondazione Qualivita ha tracciato sulla scorta di un monitoraggio puntuale non finisce qui. Non vanno infatti dimenticati gli Sqn, i sistemi di qualità nazionale nati oltre dieci anni fa e che ancora non hanno avuto uno sviluppo adeguato. Sono partiti per alcune filiere come quella della zootecnia ma sono ancora in itinere per altri comparti. C’è poi il sistema di qualità nazionale per le produzioni integrate (Sqnpi) che dovrebbe effettuare una regìa e una razionalizzazione dei marchi e delle certificazioni relative alla sostenibilità per il vino made in Italy. Ma al momento la disciplina prevede ancora la convivenza di regimi pubblici e certificazioni private. «Ma almeno – aggiunge Rosati – non prevede ancora un bollino ad hoc che pure sarebbe invocato dalle cantine».

Il punto è anche un altro. E cioè che non basta chiedere una semplificazione ma occorrerebbe indicare anche una direzione di marcia. «Una strada – dice ancora il direttore di Fondazione Qualivita – potrebbe essere quella di limitare il ricorso alle indicazioni geografiche non dico ai soli marchi Dop e Igp, ma almeno a tutti quei casi che sono in grado di attestare il legame con il territorio sulla base di elementi oggettivi, regole, disciplinari, controlli. Non necessariamente una certificazione ma almeno elementi oggettivi. E invece ci siamo già trovati con casi di denominazioni comunali o distretti del cibo che, senza attestarlo, riportavano nomi come Gorgonzola o Asiago che sono invece parte integrante di una denominazione d’origine.

In alcuni casi si è riusciti a trovare un accordo ma la convivenza di tutto questo affollamento di brand ed etichette che a vario titolo evocano i medesimi riferimenti geografici rischia di essere solo una fonte di infiniti contenziosi. Prima di pensare alle minacce che a migliaia di chilometri di distanza vengono portate al made in Italy pensiamo ai rischi che invece abbiamo a chilometro quasi zero».



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