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Topp, il 30enne thailandese della piattaforma cripto da un miliardo


Un grande toro verde in versione fumetto spicca all’ingresso dell’ufficio di Bitkub. “È per rappresentare il bull market, il momento in cui il mercato azionario cresce. Noi lo consideriamo un toro del mercato digiale”. Accoglie così Topp Jirayut Srupsrisop, per tutti Mr. Topp, 31 anni, fondatore e amministratore delegato del più grande gruppo di servizi di blockchain e criptovalute della Thailandia e tra i più grandi dell’Asia, valutato oltre un miliardo di dollari.

Bitkub è stata la prima società a ottenere una licenza del governo. Topp vuole democratizzare l’accesso ai servizi finanziari utilizzando tecnologie all’avanguardia, come la blockchain e le criptovalute. Laureato in Economia, con studi a Oxford e un’esperienza da investment banker (“ma non faceva per me”, dice), ha rischiato tutto lanciando la sua società dal negozio dei genitori, senza aiuti e con una famiglia che si opponeva. “Avevo studiato economia monetaria e compreso che i sistemi monetari cambiano all’incirca ogni 50 anni”, racconta. “Ho capito che stavamo vivendo quella fase”.

Forbes lo ha intervistato, in esclusiva per l’Italia, nei suoi uffici di Bangkok. 

Come è nato il suo interesse per il Bitcoin?
Dopo cinque anni nel Regno Unito, cercavo un’opportunità di fare esperienza, senza pensare per forza allo stipendio. Ho accettato un’offerta nell’investment banking in Cina, nell’ambito del m&a e delle quotazioni. Ero coinvolto nelle penny stock e un giorno, nel 2013, mi sono trovato di fronte al fenomeno Bitcoin. I prezzi erano saliti del 10.000%. L’interesse è nato da lì: ho letto articoli e mi sono informato. Ho capito che il Bitcoin avrebbe permesso l’accesso ai servizi finanziari a tantissime persone, grazie ai micropagamenti e alle commissioni ridotte. Un sistema inclusivo. Per la prima volta nella storia, i micropagamenti sarebbero diventati accessibili a tutti, e questo avrebbe potuto cambiare il sistema delle rimesse. La lettura di un articolo ha cambiato la mia prospettiva. 

Come è stato il passaggio dal lavoro da dipendente al ruolo di imprenditore?
Stavo esplorando ciò che mi piaceva e che ciò che non mi piaceva. Il mio lavoro nell’investment banking durò due mesi e mezzo. Non sono un corporate guy, mi piace lavorare fuori dagli schemi. Provai con la consulenza, con un nuovo lavoro a San Francisco, che scelsi per la vicinanza alla Silicon Valley. Questo lavoro durò due settimane. Iniziai a chiedere in giro se qualcuno conoscesse professionisti nella Silicon Valley. Incontrai i fondatori di Paypal che mi dissero: ‘La vostra generazione è fortunata. Il Bitcoin cambierà il mondo’. Decisi di tornare in Thailandia e avviare la mia prima azienda in ambito Bitcoin. I miei genitori avevano un piccolo negozio di vestiti ed erano molto contrariati, ma mi concessero di usare una stanza. I miei unici asset erano lo spazio e il computer. Ho sviluppato strategie di growth hacking per lanciare il mio primo marketplace di Bitcoin. Di fatto li compravo e vendevo io per i clienti. Dopo dieci mesi, la Banca di Thailandia inviò una comunicazione a tutte le banche segnalando che il Bitcoin poteva essere uno schema Ponzi. I miei genitori erano ancora più contrariati, ma io credevo nella mia visione e non ero pronto a rinunciare. Piano piano ho risparmiato abbastanza per spostarmi in un co-working e assumere le prime persone, anche se molti erano scettici: avevo 23 anni e il Bitcoin era considerato controverso. Io ero testardo, non volevo rinunciare.

Qual è stato il punto di svolta? 
Nel 2017 il Giappone annunciò che il Bitcoin poteva essere considerato una valuta legale. Allora la prospettiva cambiò. Mi scrivevano: eri in minoranza, ma avevi ragione. L’azienda arrivò a 200 dipendenti e fu acquisita da un gruppo. Fu una delle più grandi acquisizioni di startup nel Sud Est Asiatico. Poco dopo il valore del Bitcoin ebbe un picco e venni riconosciuto come credibile. Iniziai un dialogo con il regolatore e sviluppai un sistema di vendita istantanea di asset finanziari, una borsa privata. Venne creata una sandbox per questo progetto. Nel 2018 il Bitcoin raggiunse i massimi e questa fu fortuna. Iniziai a raccogliere fondi in attesa della licenza. Grazie all’esperienza della prima azienda ho raccolto 2,1 milioni di dollari, record in Thailandia per un pre-seed. Con quei soldi ho acquistato una società It e l’ho convertita per costruire il primo mercato azionario 2.0. 

Che relazione vede tra criptovalute e banche tradizionali? 
Vedremo una convergenza tra istituzioni tradizionali e digitali, una trasformazione da valute in carta a valute digitali. In futuro ogni azione a Wall Street sarà programmata su smart contract. La finanza tradizionale è basata sull’idea che i soldi siano fisici e che quindi abbiano bisogno di infrastrutture fisiche, banche, filiali. Ogni struttura fisica poi richiede una centralizzazione per gestire le operazioni. Questo cambierà. Nel momento in cui la valuta è digitale, non c’è bisogno di infrastrutture fisiche. I costi diminuiranno e così più persone potranno beneficiare di servizi finanziari, come conti correnti. Il 50% delle persone in Asia non ha un conto corrente in banca. Con la tecnologia blockchain puoi creare servizi di tokenizzazione di qualunque prodotto e le persone potranno co-investire in qualunque contesto. 

Che differenza vede tra Sud Est Asiatico e Occidente nell’adozione di Bitcoin e asset digitali? 
L’Occidente ha investito molto nel sistema bancario tradizionale. C’è un enorme costo di trasformazione e ci saranno azioni di lobbying per evitarlo. Il Sud Est Asiatico non è in questa situazione. Abbiamo sistemi bancari meno sofisticati, il costo di transizione verso un nuovo sistema sarà minore. Il Sud Est Asiatico può diventare leader. Filippine e Indonesia, per esempio, hanno tantissime isole e non è possibile aprire filiali su tutto, sarebbe troppo costoso. Ma in Vietnam o in Thailandia tutti hanno uno smartphone e quasi tutti hanno accesso a internet: quella diventa l’infrastruttura per le valute digitali. 

Quali sono le sfide? 
La Thailandia è stata il primo Paese al mondo a concedere licenze per servizi di exchange di cryptovalute. Se i regolatori saranno ostili alle valute digitali, spingeranno via l’innovazione, che non può essere fermata, ma solo spostata. Bisogna trovare l’equilibrio tra protezione del consumatore, regolamentazioni e necessità di innovare. Alcuni hub che stanno lavorando a un ecosistema favorevole sono Miami e Dubai. 

Quali saranno i benefici delle valute digitali? 
Fino a oggi per ricevere un pagamento internazionale potevano essere necessari due giorni e commissioni fino al 5%. Oggi con criptovalute puoi trasferire i soldi immediatamente. Questo cambierà tutto. Inviare soldi sarà come inviare informazioni, messaggi o email. Chi non avrà un conto corrente potrà ricevere pagamenti. Una persona potrà vendere vestiti online senza un conto corrente. Si svilupperà il social banking. Ci saranno più libertà, più sviluppo, più trasparenza. 

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