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storia del naked dress dalle origini antiche a oggi


Crea scompiglio a partire dalla definizione: naked dress, vale a dire “vestito nudo”. Una contraddizione in termini che tuttavia ben spiega quella che è la sua funzione: ossia creare un illusorio effetto di nudità anche quando, in realtà, spogli non si è. Per trovare l’archetipo del naked dress, occorre fare uno sforzo di memoria notevole e arrivare alla Venere di Milo: una delle più celebri statue dell’antichità, una valchiria scolpita su due metri e oltre di marmo che, fiera nella sua semi-nudità fatta di impalpabile panneggio dalla cinta in giù, guarda l’osservatore dall’alto del suo ruolo di icona della bellezza femminile.

Ma, digressioni storiche a parte, è in tempi più recenti che l’abito vedo non vedo ha raggiunto la sua massima popolarità: era proprio un naked dress quello indossato da Marylin Monroe mentre intonava l’indimenticabile “Happy birthday Mr. President” a John F. Kennedy, davanti alla platea in delirio del Madison Square Garden di New York. Realizzato per lei dal costumista francese Jean Louis che, non a caso, ribattezzò il genere con il termine di “abito illusione”, era un vestito dal tessuto nude, tempestato da oltre 2500 lucentissimi cristalli.

storia del naked dress

Marilyn Monroe nel 1962 mentre canta “Happy Birthday” al Presidente John F. Kennedy

BettmannGetty Images

Un abito che è un pezzetto di storia del costume e che, nonostante la veneranda età (fu realizzato nel 1962) continua a mietere polemiche proprio per via di quell’audacia che gli appartiene fin dalla nascita. Non stiamo qui a ripassare il fattaccio dello scorso Met Gala che, dal tema Gilded Glamour, spinse un’impavida Kim Kardashian a omaggiare Marylin e il sogno (di moda) americano vestendo letteralmente i panni dell’attrice, con il risultato rovinoso di danneggiamenti qua e là al vestito di Marylin. È però interessante notare una cosa: quello che per la Monroe era un mezzo di padronanza del proprio corpo, di consapevolezza delle sue capacità di seduzione, diventa nelle mani della Kardashian mero strumento di marketing, se è vero che per riuscire a vestire i panni in questione, si sottopose a dieta ferrea e altre diavolerie hollywoodiane snaturando, oltre al tessuto, anche il significato stesso di un abito realizzato per enfatizzare anziché nascondere. Ci spieghiamo: il naked dress è nato per assecondare il corpo, non il contrario. Indossarlo presuppone un certo grado di consapevolezza e sicurezza di sé altrimenti si rischia di farlo diventare l’ennesimo oggetto del desiderio dello sguardo altrui. E, nonostante l’esplicito rimando sessuale, “l’abito illusione” è molto, ma molto di più.

storia del naked dress

Kim Kardashian al Met Gala del 2022 con l’abito appartenuto a Marilyn Monroe

ANGELA WEISSGetty Images

Da Cher a Rihanna passando per Kate Moss: i più famosi naked dress della storia

Impossibile non citare Cher in una storia sul naked dress. Anno 1974, ancora una volta Met Gala: la cantautrice americana si presenta sul tappeto rosso con un abito che sarebbe in tutto e per tutto una seconda pelle non fosse per il poderoso piumaggio all’estremità di braccia e gambe. A garantire l’effetto sparkling, una miriade di paillettes argentee nate dalla mente di, indovinate chi? Bob Mackie, il giovane costumista che fornì il là al Jean Louis dell’abito di Marilyn e che, con Cher, consacrò definitivamente il naked dress al ruolo di icona della moda. Per capirne la portata storica oltre che modaiola, ci basti pensare che a Cher e al suo abito venne dedicata, nel ‘75, la copertina di Time. Era nata una star, della musica certo ma anche della moda.

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Cher al Met Gala del 1974 con il celebre naked dress creato per lei da Bob Mackie

Ron GalellaGetty Images

Da lì in poi è stato un susseguirsi di naked dress: da quello minimale indossato da Kate Moss nel ‘93 in occasione di un party dell’Elite Model Management, a quello che illuminava Rihanna come un faro nella notte durante la cerimonia dei Fashion Awards del 2014 e realizzato per lei da Adam Selman. Anche qui, è bene sottolineare il messaggio dell’abito: quell’anno la popstar barbadiana ritirava il premio come Style Icon e il vestito- opera di finissimo intreccio metallico inframezzato da un giubilo di cristalli Swarovski-doveva supportare la causa. E niente grida empowerment più di un sofisticato e sensualissimo naked dress.

storia del naked dress

Kate Moss al party dell’agenzia Elite nel 1993

Dave BenettGetty Images

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Rihanna ai CFDA Fashion Awards del 2104

Gilbert CarrasquilloGetty Images

Rivisitazioni contemporanee: come la moda legge il naked dress oggi

Al terzo posto degli oggetti del desiderio delle fashioniste di tutto il mondo si piazzava, stando al puntualissimo report stilato da Lyst nel secondo quadrimestre del 2022, l’abito di Lotta Volkova per Jean Paul Gaultier. In realtà non un vero e proprio naked dress quanto più un artistico trompe l’oeil dall’illusione ottica fortissima, riesumazione nient’affatto nostalgica di un design che il mitico “enfant terrible” della moda aveva applicato ad una giacca nel ‘96. A guardare l’abito della Volkova sembra proprio di trovarsi di fronte ad un corpo nudo; corpo che, in realtà, andrà a vestire perfettamente. Un po’ la stessa operazione effettuata da Balmain che, per l’autunno inverno 2022, ha puntato sull’emulazione della nudità con un abito dai chiaro scuro iper marcati.

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Un abito Balmain della collezione autunno inverno 2022 2023

Stephane Cardinale – CorbisGetty Images

Ma c’è anche chi, nella moda contemporanea, si diverte a omaggiare il naked dress nella sua accezione più pura: quella di abito dal tessuto trasparente che lascia immaginare il sotto. È il caso di Pieter Mulier che da Alaïa ha mandato in scena trasparenze azzurre che, grazie ad un gioco di drappeggi, arricchivano la tuta dal tessuto impalpabile. O ancora di Christian Siriano che, per la Primavera Estate 2023 appena andata in scena a New York, ha avvolto le modelle in sofisticati see-through vermiglio, fino ad arrivare a Ganni che puntava sul pizzo rosso per abiti da portare con texani dall’attitude rock.

Menzione d’onore poi (e ancora una volta) all’abito by Jean Paul Gaultier indossato da Maria Carla Boscono al recentissimo Festival di Venezia: una scultura di tulle nero che la rendeva una divinità in tutto e per tutto.

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Prove che il naked dress piace; perché è femminile, sensuale e prezioso e indossarlo suona un po’ come una dichiarazione d’intenti. Per dirla alla Caselli: nessuno mi può giudicare, nemmeno tu…



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