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storia del costume dei suoi abiti


Prima ancora di salire al trono, Elisabetta II era un’icona di stile. Da giovane principessa elegante e glamour negli Anni 40 a “la regina arcobaleno” degli ultimi decenni, grazie alla collaborazione di designer fidati (tutti rigorosamente inglesi), percorrendo un intero secolo di storia del costume, è riuscita a cucirsi addosso un’uniforme fatta di colori vibranti e silhouette senza tempo: un colpo d’occhio immediato, in grado di stagliarla al di sopra di qualsiasi background, di infondere un senso di conforto e continuità, ma anche utile a veicolare messaggi diplomatici e prese di posizione. Di fatto svuotata di potere politico, grazie a Elisabetta la monarchia inglese è riuscita a ritagliarsi un proprio ruolo restare rilevante anche grazie allo stile. E oggi nel giorno dei suoi funerali vogliamo renderle omaggio anche così, raccontando la stretta connessione che c’è sempre stata tra la moda e la regina Elisabetta.

Quando era ancora principessa, Elisabetta sembrava già rappresentare un virgulto di speranza nell’Inghilterra del secondo dopoguerra: giovane, glamour e al tempo stesso sensibile alle pene del proprio popolo. In quegli anni, il suo stile era fedele a quello del tempo, decoroso e fatto di linee pulite, gonne a ruota e silhouette avvitate ispirate alla couture francese.

la moda della regina elisabetta ii una lezione di soft power

Central PressGetty Images

Il matrimonio con il duca di Edimburgo Philip Mountbatten avvenne nel 1947, mentre il paese versava in un clima incerto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ed Elisabetta trovò un modo per comunicare la propria vicinanza al popolo inglese: mettendosi sullo stesso piano delle altre donne britanniche, acquistò la seta, il tulle e lo chiffon necessari per l’abito nuziale usando i buoni per la razione alimentare che aveva risparmiato, più altri 200 che le furono donati dal governo per coprire tutti i costi. Un messaggio politico tessuto nelle trame preziose di un abito regale, il primo di una lunga serie. L’abito fu commissionato a Norman Hartnell, che aveva iniziato a collaborare con la famiglia reale già ai tempi della Regina Madre, ma Elisabetta ci mise del suo selezionando qua e là i suoi dettagli preferiti dagli undici design che le furono presentati e finendo così per creare l’abito perfetto: un tripudio di ricami floreali tempestati di perle. Qualche anno più tardi, nel 1953, il designer firmò anche il leggendario abito dell’incoronazione, interamente realizzato in duchesse di raso bianco e ricamato in filo d’oro e d’argento e perle con motivi floreali che rendevano omaggio al Regno Unito d’Inghilterra, alla Scozia, all’Irlanda del Nord e ai paesi del Commonwealth. La moda di Norman Hartnell era elegante e sfarzosa, ispirata ai ricchi costumi teatrali che lo stilista era solito ammirare da ragazzo agli spettacoli del West End per poi ridisegnarli appena tornato a casa. Il suo motto “Non mi piace la semplicità, è la negazione di tutto ciò che è bello” trovò un’esemplificazione nelle mise pompose sfoggiate da Elisabetta durante i primi anni al trono, tra abiti lunghi e voluminosi in satin, ricami elaborati e morbide pellicce bianche. Hartnell divenne il primo stilista in assoluto a essere nominato Cavaliere dell’Ordine Reale.

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Oltreché estetica, la natura della collaborazione era anche pratica: a quei tempi Hartnell, che vantava tra i suoi clienti dive di Hollywood alla stregua di Marlene Dietrich, era la casa di moda più grande e rinomata di Londra, in possesso del più grande laboratorio di ricamo, quindi si trattava di fatto dell’unico atelier in grado di sostenere la complessità e frequenza delle richieste che arrivavano dal Palazzo Reale. Basti pensare che la Regina poteva avere fino a 300 occasioni ufficiali all’anno per farsi un’idea di quanti abiti, tutti studiati alla perfezione, avesse bisogno. Così tanti che, infatti, non bastava un marchio per far fronte alle necessità e così Elisabetta, fin da giovanissima, si affidò anche allo stilista Hardy Amies, a cui commissionò una serie di outfit per un tour in Canada nel 1951. Anche in questo caso, si tratta di un designer destinato a fare la storia del costume, ideando i costumi di scena per film come 2001: Odissea nello spazio (1968). Amies sapeva controbilanciare l’estro opulento di Hartnell, creando abiti e tailleur da giorno dall’eleganza più sobria, sempre stando attendo a incarnare lo spirito del tempo.

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Tim GrahamGetty Images

Dal “New Look” in stile Dior, tutto curve, clessidre e vitini di vespa, alla liberazione degli Anni 60 che stava stravolgendo il mondo intero a suon di minigonne e color block: la Regina non poteva certo rimanere indietro e, sebbene non potesse lasciarsi travolgere in pieno dai cambiamenti culturali del nuovo decennio, incorporò nuovi accorgimenti nelle sue mise. Gli orli si fecero più corti e i colori pieni e sgargianti per rispondere alle grida di libertà di quel periodo. Gli Anni 70 e, soprattutto, gli Anni 80 furono invece il momento di sperimentare con ornamenti e fantasie. Sì allora a clash di colori, fiocchi e motivi floreali, ora stampati ora ricamati su preziosi abiti in chiffon o seta leggera, usciti dalla mente creativa di Ian Thomas, un nuovo designer inglese al servizio della Regina.

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C’erano poi gli essentials regali, tra cui l’immancabile borsetta firmata Launer, brand di lusso inglese divenuto iconico proprio per la sua stretta correlazione con Her Majesty. Non un’it-bag ma un design sobrio e di classe che la Regina portava al braccio in tutte le occasioni, comprese le più formali, in colori e pellami sempre diversi (si dice infatti che ne possedesse circa duecento). Una scelta semplice, che rifletteva il gusto mostrato da Elisabetta II anche in circostanze più informali. Nel tempo libero, trascorso in compagnia dei suoi corgi nella tenuta di campagna, la Regina si dilettava in attività tipicamente aristocratiche come l’equitazione, unica occasione in cui si sia mai vista indossare dei pantaloni. In generale, la campagna inglese e il mondo equestre l’affascinavano molto: da qui vengono la passione per il Barbour e per i foulard di Hermès, l’unico brand non britannico che abbia mai indossato.

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Affinato in decenni di lavoro e cosparso di messaggi subliminali (ci arriviamo dopo), lo stile personale di Elisabetta è stato infine consacrato dalla stilista e modista Angela Kelly, entrata nell’entourage reale all’inizio degli Anni 90 e rimasta a fianco della Regina fino ai suoi ultimi istanti nella tenuta di Balmoral. Circondata da un piccolo team di circa 10 persone, per 30 anni Angela Kelly ha curato tutti i look della regina, tra abiti realizzati interamente su misura e piccoli ma essenziali accorgimenti per rendere ogni ensemble degno della propria occasione: con la Kelly lo studio del look diventa meticoloso e non lascia niente al caso, portando lo stile della Regina a livelli inediti di iconicità. Il cappello, per esempio, un accessorio immancabile nel guardaroba della sovrana, doveva posizionarsi sulla testa a un’altezza che consentisse al pubblico di scorgere il volto di Elisabetta anche se lei fosse stata seduta dentro una macchina; le scarpette tacco 5 cm, realizzate su misura dal fidato brand Anello & Davide, prima ancora di essere indossate dalla Regina venivano portate per un po’ dalla Kelly per ammorbidirle; i materiali degli abiti non dovevano essere troppo leggeri per evitare che svolazzassero al vento, tanto che spesso la Kelly conduceva prove generali con tanto di ventilatore per verificare il livello di movimento e di propensione alle pieghe di un certo outfit; infine, i colori – la parte più importante dell’abbigliamento della Regina, quella che la rendeva immediatamente riconoscibile in mezzo a qualsiasi una folla e a qualsiasi situazione – dovevano essere studiati attentamente per mandare messaggi diplomatici, ora incorporando le cromie nazionali dei paesi di cui era in visita, ora risultando super partes con tonalità non riconducibili ad alcuna nazione. È il caso della cerimonia d’apertura alle Olimpiadi di Londra del 2012, quando la Regina indossò un abito rosa, un colore che non si trovava in nessuna bandiera nazionale e che quindi non solo la isolava dallo sfondo esaltando ancora di più la sua figura, ma non rivelava alcuna preferenza.

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Samir HusseinGetty Images

Sotto il regno di Elisabetta II, la moda è sempre stata più che semplice abbigliamento: uno strumento politico, un mezzo di comunicazione per veicolare messaggi in codice e prese di posizione, una strategia per riaffermare il potere mediatico di una monarchia che aveva perso quello governativo. Sono tantissimi gli esempi di visite e incontri diplomatici da cui Sua Maestà seppe uscire a testa alta, acclamata dalla stampa internazionale, per le sue sapienti scelte stilistiche. Nel 2011, la Regina si recò nella Repubblica irlandese in quello che verrà ricordato come un viaggio storico: non era infatti solo la prima visita dalla fondazione dello stato, ma anche la prima volta che un monarca inglese metteva piede in suolo irlandese in un centinaio d’anni. Per l’occasione, Elisabetta arrivò a Dublino calata in un lungo cappotto verde – il colore nazionale – con cappello coordinato e in seguito sfoggiò un abito bianco in seta riccamente ornato, con oltre 2000 quadrifogli – simbolo nell’Irlanda – ricamati a mano e una spilla a forma di arpa irlandese tempestata di cristalli Swarovski. Neanche a dirlo, la visita fu un successo. Sebbene ultimamente abbia giocato più sul colore, questo utilizzo della moda in senso politico fu una costante del regno di Elisabetta II fin dai tempi di Hartnell: nel 1957 si presentò in Canada con un sontuoso abito in seta bianca decorato con foglie d’acero – emblema nazionale – ricamate di smeraldi, mentre nel 1960 il Re della Thailandia la insignì del più alto grado della cavalleria locale e, 12 anni più tardi, lei ricambiò l’onore indossandone gli emblemi con un abito creato appositamente per l’occasione dallo stilista di fiducia.

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BettmannGetty Images

Ma la moda non serviva solo a far da paciere, a volte serviva anche a mostrarsi in contrasto senza mancare di decoro o senza venir meno agli impegni di facciata. Quando Trump, l’allora Presidente degli Stati Uniti, si recò in Gran Bretagna nel 2018, la Regina lo accolse come da copione per qualunque visita da parte di un capo di stato, ma furono gli accessori a parlare per lei: un giorno sfoggiò una spilla degli Anni 50 che le fu regalata nel 2011 da Obama, grande avversario di Trump molto apprezzato da Elisabetta II; un altro si presentò con una spilla che raffigurava il fiore donatole dal Canada, che Trump derideva; l’ultima spilla era direttamente quella riservata per quando ci si vestiva a lutto. La stampa inglese finì perfino per parlare di “Brooch warfare”.

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The White HouseGetty Images

In quasi un secolo di vita e settant’anni di regno, Her Majesty ha fatto la storia del costume. La sua moda non era necessariamente “alla moda”, era un gradino più in alto. Lontano dai trend del momento e votato a creare un’immagine di forte impatto visivo capace di restare per sempre impressa nella memoria, lo stile della Regina ha fatto la storia del costume, non lasciandosi travolgere dalle tendenze stagionali, ma riuscendo sempre a cogliere, attraverso un dettaglio o una sfumatura, lo spirito del tempo, parlando a cuore aperto alla nazione e al mondo senza bisogno di tante parole.



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