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l’hypercar da 2 milioni che omaggia gli anni ’50 e ‘60


Pagani Utopia è l’ultima creazione di Horacio Pagani, fondatore e proprietario della Pagani Automobili. Siamo al cospetto di un’hypercar da oltre due milioni di euro, il terzo modello della serie iniziata nel 1999 con la Zonda e proseguita nel 2011 con la Huayra.

Horacio Pagani con questa Utopia ha deciso di andare in decisa controtendenza rispetto a quelle che sono le attuali “mode” nel panorama automobilistico. E il risultato è, come di consueto, di altissimo livello. La Utopia ha delle linee meno spigolose rispetto a Zonda e Huayra, proponendo una carrozzeria più fluida. Le proporzioni sono però quelle che conosciamo: cofano corto e cellula dell’abitacolo avanzata, con una parte posteriore, dove è posizionato il motore, molto ben sviluppata. Pagani ha lavorato sodo per studiare un’aerodinamica che non richiedesse l’impiego di vistosi alettoni, e il risultato è una linea decisamente pulita, anche grazie all’impiego dell’ala posteriore “intelligente”. Osservando la Utopia, quasi ci si perde in tutti i suoi particolari, volutamente manieristi. Come ad esempio i proiettori carenati, che omaggiano gli anni ’50 e ’60, o il sistema di apertura delle portiere, che sono incernierate davanti e si aprono verso l’alto.

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Pagani Utopia: le caratteristiche

Dietro all’abitacolo il poderoso V12 AMG biturbo da 6 litri che qui eroga 864 Cv a 5800 giri e 1110 Nm di coppia, abbinato al cambio a 7 rapporti della XTrac, disponibile sia in versione manuale che in quella elettroattuata. Niente spazio all’elettrificazione quindi. Gli 864 Cv non incontreranno troppe difficoltà a spingere i 1280 kg della vettura, ottenuto grazie all’impiego di La monoscocca è realizzata in nuovi materiali compositi ultraleggeri. A frenare l’esuberanza del V12 ci pensa l’impianto frenante carboceramico della Brembo, con davanti pinze a 6 pistoncini e dischi da 410 x 38 mm, e dietro pinze a quattro pistoncini e dischi da 390 x 34 mm.

All’interno dell’abitacolo gli schermoni a cui siamo ormai abituati lasciano il posto ai tanti indicatori analogici e al buon vecchio comando fisico. La qualità è ai massimi livelli grazie all’utilizzo di materiali ricercati ricavati dal pieno. Piccolo grande capolavoro steampunk sono le intersezioni “a pettine” che possiamo vedere sotto la leva del cambio.

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