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l’abbigliamento fatto in Cina è sostenibile?


Diversificare invece che demonizzare (tutto, a prescindere): la strada per consentire al Made in China di vincere il pregiudizio ed essere sostenibile potrebbe essere proprio questa. In effetti, chiedersi se l’abbigliamento prodotto in Cina sarà mai realmente green può essere fuorviante, al punto da portarci a cadere in conclusioni affrettate e a fare di tutta l’erba un fascio (tra low cost prodotto in Cina e sistema moda cinese vero e proprio). Noi, d’altronde, cosa sappiamo veramente di quanto è cambiato il Made in China oggi? Abbiamo mai provato a scindere questo concetto dal “Created in China” e – soprattutto – che tipo di legame intercorre tra Made in China e sostenibilità ambientale?

Si fa presto a dire che il Made in China non è sostenibile, se consideriamo solo il lato diabolico della fashion industry. La moda low cost inquina ed è la nostra rovina, su questo non c’è ombra di dubbio. Ma è anche vero che, se da un lato coesistono colossi indisturbati come Shein che continuano a produrre quantità industriali di capi venduti anche a due euro (il fatturato del 2020 ammonta a 10 miliardi di dollari), dall’altro lato c’è chi nella Terra del Dragone sta cercando di far sentire forte e chiaro la propria voce. I dati parlano chiaro: le nuove generazioni in Cina chiedono che l’industria della moda sia più sostenibile. Stando a un’analisi di Jing Daily, il 34% dei consumatori cinesi è d’accordo (con una maggioranza del 5% rispetto al 29% dei consumatori statunitensi) nel sostenere che le azioni ambientali di un’azienda influenzano le loro preferenze d’acquisto. “Le aspettative dei consumatori cinesi, specialmente quelle dei più giovani – spiega la fonte, – hanno reso la sostenibilità un argomento molto discusso. Questa sfida ambisce a dimostrare che non c’è in ballo solo il senso di responsabilità, ma anche la leadership”.

moda sostenibile cina made in china

Matthew SperzelGetty Images

Non dimentichiamo che, in Cina, la sostenibilità ambientale è un argomento che va ben oltre le scelte in fatto di shopping: l’argomento lima e impatta lo stile di vita dei cinesi che vivono nelle grandi città. Stando al report rilasciato dal global advisor Ipsos nel 2020, l’urgenza maggiore per il 45% dei cinesi è la respirabilità dell’aria. Un fattore che si ripercuote sull’uso delle mascherine protettive già da molto prima che il Covid si palesasse, e che spinge molte famiglie a preferire per i propri figli le aree gioco dei centri commerciali e non più quelle all’aperto.

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Matthew SperzelGetty Images

Oggi, in Cina, vende bene ciò che ha una coerenza anche in termini di sostenibilità. Si pensi al successo della collaborazione The North Face x Gucci che, oltre al focus green, ha veicolato la piacevole sensazione del tempo trascorso all’aperto dove l’aria è più pura. L’altra faccia della medaglia riguarda però la reale sostenibilità delle produzioni Made in China, dal cui fronte arrivano notizie molto positive. Ancora una volta, sono le nuove generazioni cinesi a guidare il cambiamento verso un futuro più sostenibile. Un esempio che lo conferma è l’edizione 2022 della Rise Up Sustainable Fashion Design Challenge, una competizione per designer cinesi emergenti tenutasi lo scorso luglio 2022 e che ha consentito a tre finalisti di ridisegnare il futuro della fashion industry cinese con un approccio più etico e consapevole.

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Teniamo a mente i nomi dei tre marchi “Created (e Made) in China”: Hanqing Ding, Aqua Lixun Su e 022397Bluff sono arrivati in finale tra 108 partecipanti accaparrandosi $23,275 e la possibilità di presentare le proprie collezioni Primavera Estate 2023 alla Shanghai Fashion Week di questo ottobre. Il punto su cui focalizzare però l’attenzione è un altro ancora: rispetto all’edizione 2021, il contest cinese votato alla sostenibilità nella moda ha visto un incremento nelle partecipazioni del 60%. È un dato significativo, che conferma sempre più il radicarsi della consapevolezza e del rispetto ambientale nelle nuove generazioni. Il futuro appartiene a loro, ma cosa possiamo fare noi nel frattempo? In Cina, il 77% dei consumatori ha dichiarato a Daxue Consulting di essere più che volenteroso a spendere dal 5 al 20% in più per prodotti moda che siano anche sostenibili. Anche noi però dovremmo iniziare a diversificare il Made in China, svestendolo – dove necessario – dell’unica e sola accezione che abbiamo sempre conosciuto fino a oggi. Quella più cheap e scadente, che scredita (e oscura) il lavoro dei nuovi designer cinesi votati alla sostenibilità.



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