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la rinascita del Palermo Calcio raccontata da Dario Mirri


Articolo tratto dal numero di ottobre 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

Risanare le ferite di un’aquila e permetterle di sorvolare il palcoscenico del grande calcio. Quello della Serie A e, perché no, quello dell’Europa. È con questo obiettivo che l’imprenditore palermitano Dario Mirri, titolare dell’azienda di famiglia Damir, attiva negli impianti pubblicitari, e della società Sanlorenzo Mercato, ha deciso di ragionare con il cuore e restituire a Palermo la dignità calcistica persa il 18 ottobre 2019 con la sentenza di fallimento della squadra della città. Una squadra che era stata una certezza della Serie A, aveva fornito quattro campioni del mondo alla nazionale del 2006 (Fabio Grosso, Cristian Zaccardo, Andrea Barzagli e Simone Barone) e aveva lanciato calciatori di livello internazionale. Da Toni a Cavani, passando per Amauri, Pastore, Ilicic e Dybala, l’ultima ‘Joya’ dell’era dell’ex patron Maurizio Zamparini, scomparso di recente.

Far rinascere il Palermo Calcio era un compito difficile. Che Mirri, nipote del ‘presidentissimo’ Renzo Barbera (al quale è intitolato lo stadio in cui gioca la squadra), aveva però nel sangue. In soli tre anni il nuovo Palermo Football Club ha conquistato due promozioni, tornando a calcare quest’anno i campi della Serie B, ed è diventato uno dei club di calcio italiani più ricchi con l’ingresso del City Football Group, che il 4 luglio ha rilevato l’80% del capitale per circa 11 milioni di euro.

Di proprietà al 77% dell’Abu Dhabi United Group, il veicolo di investimento dello sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, il City Football Group possiede totalmente o parzialmente 12 club nelle principali città del mondo. Tra questi spicca il Manchester City, una delle dieci squadre di calcio di maggiore valore al mondo secondo Forbes (4,25 miliardi di dollari). Numeri che spiegano l’emozione dello stesso Mirri, che comunque ha conservato una quota minoritaria e il ruolo di presidente, per garantire la continuità gestionale e affettiva che ha permesso al Palermo di tornare protagonista e di conquistare i cuori dei tifosi. Punto fondamentale per il numero uno rosanero, come dimostra anche lo 0,3% del capitale sociale in mano proprio ai tifosi, grazie a una partecipazione popolare. Perché, come lui stesso racconta, “il Palermo è dei palermitani ed è sinonimo di trasparenza, etica e rivoluzione sociale”.

Qual è il ricordo più bello di questi tre anni e quali sono i risultati di cui è più orgoglioso?

Sicuramente la promozione in Serie B, perché è stata il coronamento sportivo del triennio. Mi preme però sottolineare che sono molto fiero di avere ridato dignità al club, di avere creato una società trasparente, con i conti in ordine, con un’eccezionale reputazione e con una partecipazione sempre garantita dei tifosi. Anello ancora molto debole in Italia.

Nel senso che c’è ancora molta distanza tra i tifosi e le società?

Assolutamente sì. Da noi il rapporto tra i tifosi e le società è molto conflittuale. Ed è un problema culturale su cui dobbiamo lavorare. Basterebbe prendere esempio dall’Inghilterra, dove la società condivide tutto con i tifosi e loro rimangono al fianco della squadra a prescindere dai risultati. Perché il club non è del presidente, è dei tifosi. Loro devono sentire questa appartenenza, viverla sempre e comunque. E non è un caso se in Italia fa notizia vedere il tutto esaurito allo stadio e si fa fatica a contrastare la vendita di prodotti non ufficiali.

È questo uno degli aspetti che differenziano la sua gestione da quella di Zamparini, per esempio?

Credo proprio di sì. C’era poca attenzione per il cosiddetto senso di appartenenza. Aspetto su cui noi, invece, abbiamo lavorato da subito. Perché è il punto di unione tra passato, presente e futuro, tra partecipazione e continuità. Abbiamo seminato una cultura diversa, di rispetto e attenzione ai tifosi. Quest’anno, per esempio, il numero degli abbonati è sei volte maggiore rispetto a quattro anni fa, quando eravamo sempre in Serie B.

Oltre a ripensare il rapporto tra tifosi e società, c’è bisogno anche di nuove risorse economiche per stare al passo con la Premier    League. Di recente diversi fondi di investimento sono entrati in Serie A. È la via giusta?

È l’unica via. Anche perché non ci sono più famiglie italiane disposte a seguire solo il loro cuore. In termini economici, ormai, il livello è troppo alto. Al punto che il calcio è diventato uno sport per pochi, cioè per coloro che possono permettersi grandi investimenti. E investire significa rischio d’impresa, significa avere una grande capacità economica. Ed è qui che entrano in campo i fondi di investimento. Certo, per vincere poi serve anche altro, un mix di competenza, coesione e fortuna. Anche perché il calcio è fondato sul capitale umano, non solo su quello economico.

Ed è qui che entra in scena il Palermo. Quando ha capito che il City Football Group sarebbe stato il presente e il futuro della società?

Sin dal primo incontro, a febbraio, con l’ad del gruppo, Ferran Soriano. Non abbiamo discusso di numeri, ma parlavamo la stessa lingua. Vedevamo entrambi il Palermo come un sogno da costruire nel tempo, con la possibilità di trasformarlo in uno dei club di maggiore valore al mondo. Devo essere sincero: oltre alla loro grande passione, mi ha sorpreso il fatto che in City Football Group non avessero fretta. Per loro è importante che il risultato sia perfetto. E anche se in Italia siamo abituati a dover fare tutto e subito, con loro si sta costruendo qualcosa che nel tempo acquisterà valore. Il Palermo ha una certezza: il futuro. Ed è importante soprattutto in Sicilia, dove non si usa mai il verbo al futuro.

State lavorando anche a investimenti strutturali, simili a quelli già effettuati per le altre squadre di proprietà del gruppo?

Stiamo lavorando al centro sportivo, un investimento di circa sei milioni di euro. È un passo fondamentale per la squadra e per la città, perché ci permetterà di dar vita a un’accademia di talenti, che scoverà e valorizzerà tutti i giovani promettenti della Sicilia. Ragazzi che, a causa di una carenza di infrastrutture, non riescono a emergere.

E lo stadio Renzo Barbera, che di recente è stato criticato?

Ci sono stadi italiani ben peggiori del nostro. Anche perché, purtroppo, si è fermi alle ristrutturazioni effettuate per i Mondiali del 1990. Stiamo comunque lavorando ad alcune migliorie con il comune, che è proprietario dell’impianto. Anche se da poco abbiamo rifatto spogliatoi e skybox.

Questo Palermo potrà ambire, tra qualche anno, allo scudetto?

Prima di tutto dobbiamo andare in Serie A e ci vorrà del tempo. È un sogno. Sarà difficile, ma, nel tempo, possibile. Se poi dovessimo avere numeri economici all’altezza degli altri club italiani di vertice, ci consolideremo. Prima di quel momento non avrà senso parlarne. Non ci saranno voli senza paracadute. E forse è questo che ha portato il Palermo di Zamparini al fallimento: il pensiero di poter vincere lo scudetto anche senza avere un bilancio da grande squadra. Quindi prima la Serie A, poi vedremo

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