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La mostra “La tradizione del nuovo” alla XXIII Triennale di Milano


“L’ignoto si esplora cercando”. Risponde così, al tema della XXIII Triennale di Milano, Marco Sammicheli, con la mostra La tradizione del nuovo, che esplora l’ignoto con un vivace periplo tra le collezioni del Museo del design. Il percorso, firmato dallo studio Zaven, si muove su corsie differenti e consente letture cronologiche ma anche trasversali, dove si attivano le connessioni tra oggetti, opere d’arte, documenti. L’eterogeneità delle collezioni e dei materiali d’archivio della Triennale è funzionale per raccontare vivacemente l’attitudine alla ricerca che ha da sempre contraddistinto il design in Italia.

La parete curva della manica lunga del palazzo di Muzio funziona come una linea del tempo, un “appiglio cronologico” che è “come la corsia della piscina a cui puoi appoggiarti quando sei stanco di nuotare”, spiega Sammicheli. Qui si dispiega la storia delle Triennali, dal 1964, la prima dedicata a un singolo argomento – il tempo libero, dove il visitatore era disorientato da un enorme caleidoscopio con il bombardamento di immagini montato da un giovane Tinto Brass – sino alla 19esima, del 1996, che si interrogava sul concetto di Identità.

la mostra la tradizione del nuovo alla xxiii triennale di milano

La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

Nel mezzo del percorso, ci si deve muovere come nuotando, immergendosi con lentezza per assaporare i progetti e le opere, appesi a cinghie da lavoro, in vetrina, sotto teca, su pedane, presentati durante le storiche Triennali e legati alla scoperta e all’esplorazione. Si può saltare da una corsia all’altra dell’immaginaria piscina del design – parallelo spontaneo condizionato dalla rovente temperatura milanese – vedere le fotografie in cui Cantàfora dipinge la Città analoga, contare i fili dell’arazzo disegnato da Lucio Fontana e tessuto da Niki Berlinguer o divertirsi davanti al Mobile Infinito del gruppo Alchimia.

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

Come galleggianti autonomi ma aperti, gli approfondimenti tematici o monografici sono piccole isole di ristoro – inedito e curioso il lavoro di Roberto Sambonet sui pigmenti e le sue divertenti “Kleiadi”, ossessive ricerche sulla rappresentazione della firma di Paul Klee.

Contenitori umani, oltre a omaggiare l’opera di Ico Parisi e Francesco Somaini, una cellula-ambiente di isolamento per favorire la riconquista dell’Io, è la sezione dedicata a quei progettisti che sono partiti dalla ricerca psicoanalitica o dalle sfide più intime della propria interiorità. Figure come Lissi Beckmamm, designer e artista finlandese che viveva alle porte di Milano, la filosofa Eleonora Fiorani, scomparsa l’anno scorso, Nanni Strada o Cinzia Ruggeri, vedevano nella moda e nell’abito un’occasione per riflettere sul corpo e sul suo ruolo nella società.

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

Stanchi di nuotare, si ritorna ad appoggiarsi alla linea del tempo: la XVI Triennale, del 1979, introduceva per la prima volta la moda come ambito di ricerca. Qui, erano le sperimentazioni condotte dal laboratorio Fiorucci DXing a mettere in luce le connessioni tra la moda e i prodotti dell’industria culturale, supportate dalla comunicazione audio visiva.

Si procede, liberi o tenendosi alla corsia del nuoto lento, sino al principio degli anni Settanta, appoggiandosi all’isola Environments, dove il design si stacca dall’oggetto iconico e inizia a interpretare il paesaggio domestico. Il comune denominatore delle opere esposte è di aver fatto parte di Italy: The new Domestic Landscape, epocale mostra del 1972 al MOMA di New York, in cui il mondo conosce il design Italiano. Dagli archivi emerge una lettera del curatore, Emilio Ambazs, ai colleghi italiani: è un lasciapassare per viaggiare negli Stati Uniti e vedere come vivono gli americani; New York, le ville degli attori, la Mansion di Play Boy, la città sperimentale di Arcosanti di Paolo Soleri in Arizona, sino ad arrivare a quei garage californiani dove comincia a innestarsi la controcultura di grafica, media e tecnologia che porterà alle grandi realtà del mondo digitale.

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

E poi un tuffo nelle sperimentazioni tra design e grafica portate avanti da Franco Grignani, Bruno Munari, Giulio Confalonieri, Pino Tovaglia che convergono nell’Exhibition design Group. Anche qui, gustosi racconti di sperimentazione: Unknow pleasure – ancora ignoto, per l’appunto – è il primo album dei Joy Division che vede come copertina, grazie all’intuizione di Peter Saville, il disegno delle onde radio emesse da una pulsar nello spazio.

Sosta in edicola: Domus, Casabella, Ottagono, Modo, Casa Vogue, Blueprint, Stile e Industria sono gli acuti testimoni del tempo, i primi ad accorgersi dei cambiamenti dei ruggenti Ottanta. Alla parete, il servizio di Miro Zagnoli per Modo vede un modello illuminato da luci artificiali colorate, in un’epoca in cui non si passeggiava ancora illuminati dagli schermi digitali.

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

Ed ecco il 1980, con la fotografia della cena al Design forum di Linz che congela il preludio di un momento di rottura: Sottsass prenderà le distanze dall’Alchimia di Mendini per muoversi verso un’altra ricerca sperimentale e iniziare, con un gruppo di affamati colleghi, l’esperienza di Memphis. E si procede a bracciate negli anni Ottanta e Novanta di colori e materiali nuovi con cui sperimentare, divertirsi, provocare.

Il Parnaso di Andrea Mantegna domina la locandina della mostra “Affinità elettive” del 1985, dove l’allestimento “Black out” di Alessandro Mendini, riproposto in mostra, era una provocazione alla divinizzazione del design e dei designer. L’idea di grande collettività del design italiano non esisterà più: ora ci sono grandi famiglie che sperimentano, si uniscono e si sciolgono.

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

Il finale è una delizia per gli amanti o i feticisti del mondo musicale. La smaterializzazione del design è raccontata attraverso le occasioni in cui i progettisti sono stati coinvolti per andare oltre allo spartito: il Prometeo di Luigi Nono con gli interventi di Renzo Piano e il libretto di Massimo Cacciari, la canzone Triennale di Brian Eno per la mostra del 1992, il lavoro di Cinzia Ruggeri e Mendini per il disco Aristocratica dei Matia Bazar.

Sammicheli orchestra rimandi e connessioni che emergono dagli archivi e dal bacino di un passato storicizzato, riportando in superficie il valore della ricerca “che non sempre ha portato a grandi successi, anzi talvolta ha prodotto fragorosi fallimenti, ma sono sempre stati frutto di una curiosità e un’attenzione al confronto con l’ignoto”.

Il titolo della mostra rimanda alla collana di poesia curata da Luciano Anceschi per la casa editrice Paravia: “alla fine La tradizione del nuovo”, ricorda Sammicheli, “è l’irrefrenabile coazione a ripetere nella ricerca di qualche cosa che vuoi conquistare. Lui la cita in riferimento alla letteratura. Per me questi architetti e designer sono tutti autori”.

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La mostra La Tradizione del Nuovo alla XXIII Triennale di Milano

Luca Privitera

23a Esposizione Internazionale di Triennale Milano
Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries

15 luglio – 11 dicembre 2022
Biglietti: 22 euro (intero) / 18 euro (ridotto) / 11 euro (studenti)
www.triennale.org



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