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Ewan McGregor tra cinema e solidarietà


Ha un sorriso scanzonato, una gentilezza innata, e un intelletto ironico. Ewan McGregor è stato anche una delle maggiori star al recente Toronto Film Festival, in Canada. A volte, gli piace improvvisare battute, ma non dimentica mai di parlare della sua dedizione al cinema, come nelle cause in cui crede. L’8 ottobre 2022 avrà luogo, in presenza, al City Market Social House a Downtown, Los Angeles, e in streaming online, il GO Campaign Gala, di cui lui, Lily Collins e Robert Pattinson sono ambasciatori. Perché anche a Los Angeles esiste ancora molta gente povera, che ha bisogno di sostegno e aiuto.

L’impegno nella solidarietà

“Mi piace che Go Campaign (www.gocampaign.org) si impegni ad aiutare i bambini e i giovani ad avere un’educazione”, spiega Ewan. E la sua visione è molto produttiva: supporta gli eroi delle varie comunità, coloro che sono in grado di portare a termine un progetto concreto… Inoltre si ha la possibilità di seguire i bambini e vedere cosa faranno in futuro…”. Per molti anni ha anche viaggiato con l’Unicef per tutto il mondo per cercare di poter cambiare in meglio la vita di tanti bambini bisognosi. “Mi dà tantissimo poter aiutare gli altri e sono padre, quindi sento ancora di più questa responsabilità. Come star so che cinque minuti del mio tempo per parlare di una causa o di un problema, possono attirare l’attenzione di milioni di persone.” confessa.

Dalla Scozia alla California

Ewan, scozzese, è da molto tempo che vive a Los Angeles e da un po’ di anni al Topanga Canyon, presso Malibu, dove lo si vede spesso sulla Highway 1 con la sua motocicletta o in giro per locali, specialmente se vi si suona buona musica dal vivo. Ewan non ha nemmeno l’atteggiamento da star, e spesso può capitare di vederlo conversare a suo agio con la gente in cui si imbatte per caso. “Non mi sono mai considerato una star, ma un uomo come tutti gli altri, con un lavoro che lo fa notare più degli altri”, dice. “Ho amici non solo nel mondo del cinema, ma in tutti i campi, alcuni anche da molto tempo che conoscevo prima di diventare famoso… E, sono quelli di cui mi fido di più”, aggiunge.

Courtesy of TIFF
Ewan McGregor e Ethan Hawke in “Raymond & Ray”, presentato al Toronto Film Festival

I progetti

Al Toronto Film Festival, Ewan ha appena presentato Raymon & Ray, il suo prossimo progetto, ma ha promesso che c’è tanto altro in cantiere. Come Obi-Wan Kenobi, l’icona di Star Wars che ha spesso interpretato, protagonista di una nuova serie su Disney+. Ewan sarà anche doppiatore di un personaggio nel Pinocchio di Guillermo del Toro, che sarà presentato al BFI London Film Festival, il 15 ottobre 2022, con uscita su Netflix il 9 dicembre.

Per l’interpretazione in Raymon & Ray, che andrà in onda su Apple+ dal 21 ottobre, lei e la sua co-star, l’attore Ethan Hawke, siete stati celebrati da pubblico e critica…

La trama racconta di due fratelli che da tempo si erano allontanati e che si ritrovano per il funerale del padre. È un dramma intricato con anche momenti di audace umorismo. Io e Ethan abbiamo avuto una grande intesa, era come se ci conoscessimo da tempo. Ma credo che questo tema familiare porti molti a riflettere sul senso della vita e su quello che veramente conta. I due compiranno un viaggio emozionale che li porterà alla scoperta di segreti, come di una certa saggezza, che fa comprendere come l’amore vero sia inevitabile, anche se si è stati feriti, e come i cambiamenti siano necessari. I due si renderanno conto che dovranno saldare i conti con il passato se vorranno evolvere nelle loro esistenze. Sono convinto che tutti troveranno qualcosa con cui confrontarsi in tutto questo…

Courtesy of TIFF
Nel film i due attori interpretano due fratelli

Di recente è stata lanciata su Disney+ anche la serie Obi Wan-Kenobi, presentata alla Star Wars Celebration ad Anaheim. Lei è un veterano della saga…

Non sono un patito di fantascienza, ma le avventure di Star Wars mi hanno stregato fin dall’infanzia. Mio zio Denis Lawson, anche lui attore, aveva recitato il personaggio del pilota Wedge Antilles nella trilogia originale della saga. Sono stato molto felice quindi, quando mi offrirono per la prima volta il ruolo di Obi-Wan Kenobi, nel 1999, per Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma, diretto da George Lucas, e poi per i due film successivi, altrettanto entusiasmanti e avventurosi.

Dove si cela secondo lei il grande successo di Star Wars?

Avevo solo sei anni e mio fratello otto, quando i nostri genitori vennero un giorno a prelevarci da scuola per portarci a vedere il film della saga dove compariva nostro zio. Ne rimasi da subito stregato per i valori che si evocano, per quel senso nel saper combattere eroicamente in quello in cui si crede, per dei valori più alti. Per quel significato della Forza, che in questo universo fantascientifico è una grande fonte di energia generata da tutti gli esseri viventi che pervade il pianeta con tutti i suoi esseri e il suo esistere.

La serie Obi Wan-Kenobi presenta invece il suo carattere in una sorta di crisi esistenziale, seppure sempre eroico. E non è stato facile da realizzare. Lei è anche produttore esecutivo.

Questa storia è stata per me un lungo viaggio che mi ha seguito in tutta la mia carriera, dal principio alla mia maturità. E penso che farne una serie sia stata un’ottima idea, perché abbiamo potuto sviluppare maggiormente i personaggi. Obi Wan-Kenobi ora si sente invecchiato, ma ha pur sempre la forza con sé. Ci sono voluti almeno quattro o cinque anni per riuscire a produrlo. Si era sempre incerti se stare su un grande film o provare una serie, il nuovo ‘pianeta’ che ha conquistato il grande pubblico. Ma per me era comunque fondamentale concludere il progetto, perché sapevo quanto i fan ci tenevano.

Per me un film quando viene visto diventa del pubblico, non è più mio. E mi piaceva l’idea che il mio personaggio potesse essere conosciuto dalla vecchia generazione come dalla nuova generazione. In passato, i social media non avevano un tale impatto come hanno adesso. E, anche per questo, abbiamo tenuto conto dal punto di vista commerciale del nuovo format, perché sapevamo che avremmo attirato i più giovani. La cosa divertente era che, stavolta, perfino in tutto il team del set c’erano moltissimi fan. Questo dimostra quanto potere abbia questa saga!

Come ha deciso di fare l’attore?

Crebbi in una piccolissima città della Scozia, dove tutti lavoravano nell’allevamento di pecore. E dove dominava una mentalità conservatrice. Sentivo che non era il mio ambiente. Ho sempre avuto un grande senso di ribellione e libertà dentro. Cominciai ad ammirare così mio zio che era attore e che aveva una visione davvero globale. Inoltre viaggiava per tutto il mondo. Quando nacqui, nel 1971, stava lavorando a una produzione ad Amsterdam del film Hair. Crebbi da bambino ascoltando diverse storie su di lui e di come, per quell’occasione, andasse in giro a piedi nudi vestito da hippy, distribuendo fiori per la pace tra la gente. Mi intrigava come qualcuno poteva trasformarsi in un’altra persona e mi appassionai da subito al teatro.

A cinque anni sapevo già che volevo dedicarmi alla recitazione come professione e lo comunicai ai miei genitori, che erano insegnanti – quindi entrambi con lavori solidi e sicuri – a soli nove anni. Avendo un artista in famiglia, mi presero subito sul serio, per fortuna, non ostacolandomi. E mio zio, dopo un primo momento di scetticismo, comprese la mia determinazione e mi diede le prime dritte per passare le audizioni. Ma non ho mai trovato troppe difficoltà, perché amo recitare. È qualcosa che mi diverte molto e mi viene naturale.

Non fu difficile sfondare, quindi?

Consiglio che se si vuole davvero fare un lavoro, e avere successo, sia importante non mollare e avere fede. Non mi entusiasmava andare a scuola, perché preferivo leggere tanti libri da solo e lavorare. Così, a sedici anni, pensai di dedicarmi alla professione d’attore. E riuscii a entrare in una produzione teatrale come assistente e ‘tuttofare’. Dopo solo otto giorni che avevo lasciato la scuola, mi trovai su un palco a recitare. Il regista riconobbe la mia passione da subito. Avevo una piccolissima parte, ma ero insieme a bravissimi attori professionisti. Compresi che potevo farcela… A diciotto anni mi misi a studiare teatro a Londra.

Sfondò poi con Trainspotting di Danny Doyle…

Penso di avere avuto quel ruolo, forse, anche per quella mia arroganza giovanile, che, in quel caso, si sposava al meglio col personaggio che dovevo interpretare. Allora ero convinto di essere bravo e di poter fare davvero tutto quello che volevo, se mi ci fossi impegnato. Girare Trainspotting fu incredibile, il ritmo era veloce, come la musica che dominava su tutto. E Londra era talmente cool in quel periodo. Fu una grande esperienza per me, perché Doyle è per me uno dei registi di maggiore talento. Imparai moltissimo da lui. Anche a non prendermi troppo sul serio. Mi insegnò che anche se fossi diventato una star avrei dovuto continuare a essere bravo e focalizzato. Bastava poco, perché tutto finisse e per rovinarmi la reputazione. Sapevo che non potevo permettermi di arrivare impreparato e di commettere errori stupidi. Come di scegliere ruoli non adatti a me o in cui non credessi. La competizione era troppo alta. Per questo ancora oggi per la scelta di un progetto mi baso sulla sceneggiatura e sul regista.

Lei è impegnato anche a realizzare libri, documentari, fotografie… Con il suo caro amico Charley Boorman e con un cameraman ha girato in anonimato tutto il mondo in motocicletta. L’ultima avventura l’avete completata nel 2020, Long Way Up. Questa volta avete guidato Harley-Davidsons elettriche dalla punta più sud dell’Argentina fino a Los Angeles.

Adoro le vecchie motociclette, che colleziono così come le auto vintage. E le so sistemare pure io con le mie mani… (Sorride, n.d.r.) Guidare una motocicletta con il vento che mi accarezza la pelle e i capelli mi dà una libertà infinita! Uso la motocicletta quasi ogni giorno, anche per andare al lavoro sui set. E, seppur mi manchi, a volte, la Scozia, dove ho le mie origini, per quei paesaggi verdissimi e sterminati, amo Los Angeles, perché il suo clima mi permette di salire ogni giorno su una motocicletta. Ma, forse, in Scozia, chi lo sa, un giorno lontano, andrò a invecchiare e a trovare la mia serenità tra la natura selvaggia.

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