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Cinabro: storia del colore dalle origini a oggi


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Werner FormanGetty Images

Prima di arrivare fino a noi sotto altre forme molto più sicure per la salute, il cinabro ha affrontato un percorso lungo circa dieci millenni in cui l’uomo lo ha utilizzato per i fini più disparati: dai manufatti artistici ai riti religiosi, passando per la fabbricazione di sostanze medicinali con cui curare i mali. Il suo rosso vivo derivante dall’alta concentrazione di solfuro di mercurio, infatti, ha avuto il potere di ispirare i popoli di tutto il mondo nel corso dei secoli, tanto che – dopo che la sostanza si è dimostrata nociva – si è voluto per forza trovare vie alternative in grado di riprodurne la medesima intensità a metà strada tra l’arancione e il rosso porpora. Oggi è stato sostituito dal più sicuro vermiglio, ma l’importanza del cinabro nella nostra cultura è un dato inequivocabile che è bene conoscere: vediamo, allora, la storia del pigmento senza il quale non avremmo avuto la maggior parte dell’arte di cui andiamo fieri.

Le origini del cinabro

Nonostante le prime attestazioni di cinabro naturale nelle fonti antiche risalgano solo al Medioevo, è risaputo che questo pigmento affonda le sue origini in tempi ben più antichi. È addirittura del Neolitico, infatti, il primo manufatto artistico in cui possono essere trovate sue tracce: si tratta di una pittura a muro dell’Anatolia, situata in una città chiamata al tempo Çatalhöyük e abitata tra VIII e VII millennio a.C.. Il periodo storico e la collocazione geografica, però, non sono casuali: i giacimenti di cinabro nascono grazie all’attività vulcanica e ciò li rende rari e preziosi; è solo con l’avvento del commercio, dunque, che il pigmento ha potuto essere trasportato ovunque entrando così nell’arte, nella religione e nella medicina di tutte le civiltà allora presenti sulla Terra. Lo si può trovare, ad esempio, nelle ceramiche rinvenute nel sito di Pločnik in Serbia e sui muri di un’abitazione cinese risalente al 4000 a.C..

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DEA / G. NIMATALLAH / CollaboratoreGetty Images

Il cinabro in Egitto e Cina durante l’età del bronzo

Nella successiva età del bronzo, le attestazioni più importanti di cinabro sono degli Antichi Egizi che, sostituendo l’ocra rossa, iniziarono a utilizzarlo nel Periodo Tardo importandolo dalla Spagna: compare infatti sui papiri e nelle tombe delle necropoli attorno ad Alessandria, dove veniva impiegato per ricoprire il corpo dei defunti in occasione dei riti funebri.

Anche la Cina, ormai avvezza ad avere a che fare con il cinabro, iniziò ad avvalersene per i funerali delle famiglie più importanti del periodo come la dinastia Qin: l’imperatore Qin Shi Huang, ad esempio, fece costruire un immenso mausoleo in cui – per proteggere il suo corpo nel viaggio verso l’aldilà – volle posizionare statue di soldati e cavalli riccamente decorate con il pigmento. Solo in un secondo momento, una volta divenuto più largamente diffuso, inizierà ad essere considerato come un colore propiziatorio del popolo.

L’Antica Grecia, Roma e il cinabro

Con l’avvento della cultura greca e romana, il cinabro cominciò ad essere analizzato anche da un punto di vista scientifico, tanto che Teofrasto lo inserì nel suo trattato De Lapidus descrivendolo come una roccia proveniente dalla Spagna e dalla Georgia e importata da Efeso sotto forma di polvere. Esistono numerose testimonianze artistiche del periodo realizzate con questo materiale: la probabile alta committenza di tutte le opere ci fa pensare che si trattasse di un colore estremamente costoso e che le botteghe lo adoperassero solo per i personaggi più importanti. Lo dimostrano ad esempio la sepoltura macedone chiamata Tomba di Euridice o l’ampio utilizzo che ne è stato fatto nelle ville romane come la Casa di Augusto a Roma, la Villa di Boscoreale in Campania o la Villa dei Misteri a Pompei.

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DEA / A. DAGLI ORTI / CollaboratoreGetty Images

Il cinabro in epoca moderna

Continuando a percorre il suo viaggio attraverso secoli e luoghi (tra i Paesi che sicuramente lo hanno utilizzato ci sono il Messico e il Perù pre-colombiani, l’India con la medicina ayurvedica e Bisanzio dove è rimasto una prerogativa imperiale ben oltre la caduta dell’Impero Romano d’Occidente), il cinabro è entrato nell’arte medievale in opere come La Leggenda Aurea di Jacques de Voragine e in manuali come Libro dell’Arte di Cennino Cennini prima di arrivare a tutti i principali pittori dell’era moderna. È a questo punto, però, che il pigmento troppo caro iniziò ad essere affiancato dal vermiglio: una trovata veneziana poi diffusasi nei Paesi Bassi e in Germania che – complici gli studi sulla tossicità del colore originale – soppiantò l’utilizzo del cinabro imponendosi nel mondo dell’arte come rosso di riferimento. Rimasto relegato al solo utilizzo medico poiché creduto capace di curare la sifilide e alcuni problemi della pelle, è stato infine vietato nel corso del XIX secolo, periodo dal quale siamo certi di non poterne trovare più alcuna traccia nei dipinti.



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