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Bottega Veneta: il nuovo artigianato secondo Matthieu Blazy


A Milano, dove vive in un appartamento semi-arredato che anni fa ha ospitato Raf Simons, Blazy si sveglia presto e va in ufficio a piedi, fermandosi con John John al parco dei cani, lungo la strada. Cerca di essere alla sua scrivania poco dopo le otto, perché lavora meglio al mattino, e di solito non se ne va prima delle venti. «Dopo quell’ora non riesco più a pensare», dice. Nello showroom di Bottega Veneta, all’ombra del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, le sue creazioni sono appese agli stender in modo studiato. «Mi piace che gli abiti abbiano un aspetto architettonico, che appaiano sexy sulla gruccia», dice. A La Cambre ha imparato a progettare a tutto tondo, ed è così che lavora tuttora, partendo da una pila di tessuti, studiando il modo in cui i pezzi si muovono, le sensazioni che trasmettono, e quindi continuando a perfezionare il capo finché questo prende vita. Un approccio intuitivo, che produce risultati a un tempo preziosi e inaspettati. Blazy è noto per i suoi pattern dalle angolazioni insolite, per l’utilizzo di tessuti eterodossi e per le silhouette non convenzionali che ricadono sul corpo in drappeggi meravigliosamente naturali.

Il suo primo défilé, a febbraio, è stato accolto come un trionfo del tradizionalismo abbinato all’innovazione. Il look d’apertura ha visto sfilare una modella in canottiera bianca, jeans blu dal taglio rilassato, scarpe nere con tacco 12 e Kalimero bag a tracolla (in tonalità “barolo”). O almeno così sembrava: in realtà i pantaloni erano fatti di morbida pelle, stampata con strati di inchiostro per ottenere un effetto denim. Era ironia concettuale? O era proprio quello che sembrava: uno street look senza tempo e senza pretese, stillante sensualità e funzionalità, il cui lusso è noto solo a chi lo indossa? L’intera collezione brillava di questo dualismo. Da un lato, c’erano le invenzioni stupefacenti e audaci: i pantaloni in pelle che ondeggiavano come morbida seta, le giacche tagliate come camicie, i cappotti in lana screziata, le frange simili a fanoni di balena che fuoriuscivano da gonne classiche… Dall’altro, una col- lezione di irresistibile vestibilità. 

Un cappotto è caratterizzato da “movimentate” maniche a mezzaluna, mentre una giacca si presenta all’insegna di un’assoluta semplicità e linearità («Adoro il fatto che sembri del tutto priva di design», dice Blazy in proposito). I capi prendono vita se osservati di profilo. Mentre disegnava la collezione, Blazy ha studiato il Futurismo italiano, in particolare il lavoro di Umberto Boccioni e la scultura L’Uomo che cammina, di Alberto Giacometti. «Volevamo che, a uno sguardo frontale, i capi non rivelassero un elevato grado progettualità», spiega. «Ma basta un’occhiata di profilo e bang! Il nostro territorio è la silhouette».



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