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a che punto siamo con modelle e diversity


Non è solo una faccenda di percezione, è, come connaturato in un sistema capitalista, anche una questione di soldi. E gli analisti di mercato concordano: questo, per la moda ma non solo, è ufficialmente il periodo storico del body positivism e della beauty diversity. Lo sanno bene non solo gli editori delle grandi testate internazionali, ma anche e soprattutto i brand, che prima goffamente poi con sempre più efficacia e furbizia si sono dovuti mettere al passo rispetto a tendenze nate soprattutto via social, ed hanno pian piano imparato come potersi rivolgere a tutti, uomini, donne, persone non binary, comunità queer e LGBTQI+, giovani, non giovani, plus size, mini size, senza dimenticare origine geografica, genere, colore della pelle e fede religiosa.

Da esclusivo e ristretto, da olimpo riservato a poche entità divine che negli anni Novanta erano i soli riferimenti estetici a cui guardare (ed allora bastava il nome, ovvero Naomi, Carla, Claudia, Kate, Elle, Monica, per averne chiara in mente la faccia e la falcata), il mondo del fashion ha rotto gli argini ed è diventato vastissimo. Anzi, per dirla in modo più corretto, è diventato aperto. I suoi cancelli dorati sono stati abbattuti, ed ora al suo interno riescono a convivere le gambe lunghe e sottili di Bella Hadid e Hailey Bieber, con le curve della modella nera in ascesa inarrestabile Precious Lee, con la sindrome di down di Ellie Goldstein (scelta da Gucci come volto una sua campagna pubblicitaria), con l’essere transgender di Emira D’spain, prima modella nera e trans a sfilare per Victoria’s Secret.

Nonostante, dunque, le fashion week internazionali siano ancora fortemente ancorate alla magrezza (specialmente, va detto, per quanto riguarda il menswear, in un ribaltamento bizzarro degli stereotipi di genere, solitamente più rigidi per le femmine) l’esigenza di una maggiore rappresentazione ha messo in discussione il concetto stesso di ‘modello’. Nell’era in cui chiunque può tentare questa carriera, alle solite bellezze eteree dal volto emaciato si sono affiancate, come abbiamo visto, nuovi volti, oltre a una più ampia varietà di background razziali ed etnici: l’unico criterio richiesto è l’individualità. Tutto bello, tutto eccitante. O forse no. O almeno, non così tanto come potrebbe sembrare. E una riflessione su quanto il mondo della moda possa comunque rimanere insidioso e non così votato ad un’autentica parità di ruoli al suo interno, è di recente arrivata da Melissa Magsaysay che su Business Of Fashion, ha analizzato come il boom dei casting sia sì da un lato un’ottima notizia per la costruzione di un nuovo modello di bellezza più inclusivo e sfaccettato rispetto al passato, ma come, alla fine, non sia altrettanto positivo se si guarda a stipendi e competizione.

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Il fatto è che il mercato sia della moda che del beauty, ha dovuto quintuplicare la velocità con cui far uscire nuovi contenuti, nuove campagne, e questo si traduce in una quantità molto maggiore di volti da accaparrarsi, ma che, talvolta, subiscono un po’ il modus operandi dell’usa e getta. Grazie alla necessità di un flusso costante di annunci digitali e contenuti sui social media “il bisogno di risorse – come ha raccontato sempre a BOF Ben Sealey, fondatore e CEO di Cast Partner, un’agenzia di casting con uffici a Los Angeles, New York, Miami, Città del Messico e Mumbai – è insaziabile. Ma la durata di vita di un contenuto può essere anche solo di un giorno, almeno per quanto riguarda il digitale. C’è una crescita enorme che non mostra segni di rallentamento”. Sealey cita come esempio il settore beauty: se in passato le colorazioni di un nuovo lancio di fondotinta potevano essere un massimo di 10, oggi le shade possono essere anche 50 pur di includere qualsiasi incarnato, di conseguenza nasce la necessità di avere una modella per ogni shade da scattare.ma, aggiungiamo, le carriere dei modelli faticano a solidificarsi, a mettere radici, a diventare un vero e proprio lavoro. Per questa ragione, spesso i modelli sono disposti ad accettare tariffe più basse o ad accollarsi da soli i costi di viaggio, pur di farsi notare da un marchio ad essere selezionati per una campagna, e questo anche a causa di un processo di casting sempre più virtuale.

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“Credo che oggi sia più difficile essere una modella, in termini di possibilità di ottenere lo stesso livello di reddito di quelle del passato – speiga Daniel Thomas Jones, cofondatore e direttore dell’agenzia di modelle Chapter Management di Londra – Penso che tra influencer, street casting e l’uso più prolifico di musicisti e attori, la modella standard si trovi ad affrontare una concorrenza molto più ampia che in passato”. Pare, insomma, che stia accadendo che questo mestiere, tolte le super top che tutti conosciamo, stia vedendo i proprio contorni sfumarsi, per essere assimilati e confusi con figure più ibride. Ce n’è per tutti, ma forse c’è meno per tutti. Ed inoltre, cresce l’offerta ma anche la competizione ed il già complesso mondo dei modelli diventa così sempre più caotico, senza normative chiare a regolarne il funzionamento, con un miliardo di clip che su TikTok che vogliono proprio testimoniare le disavventure del mestiere di modelli. Per questa rinnovata esigenza di maggiori tutele, dunque, è nato il Fashion Workers Act, il nuovo disegno di legge presentato al Senato dello Stato di New York, con il fine di fissare i pagamenti a 45 giorni dal termine delle prestazioni e assicurare ai modelli contratti trasparenti, nell’attesa di un cambiamento significativo che possa finalmente migliorare le condizioni di vita di chi svolge un mestiere molto più complesso di quanto possa sembrare. Un’ottima e sana idea, che da New York dovrebbe allargarsi ovunque, dato che, come abbiamo detto, di confini, ormai, non ne esistono praticamente più.



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